giovedì 1 dicembre 2011

 

Perchè parlare di noir?
 a che serve parlare di guerra,
quando la storia non fa altro che ripetersi
 come i corsi e ricorsi storici di cui parlava Hugo,
di cui parlavano i nostri nonni, di cui parlava chi ha fatto la guerra,
di cui parla chi ritorna senza corpo
o con il corpo presente dentro una bara
o dentro un'anima assente parchè non ha più la forza di sentire, di capire, di vedere
 l'orrore ed il sangue
che rimbomba forte nel cuore come un bazuca che frantuma la testa e  spezza le vene.
 Federico parla per noi, Garcia, Lorca,
per te, soldato,
che torni in patria con il corpo presente e l'anima assente
o con un corpo assente e l'anima presente,
sopra di noi, per noi.
Ciao soldato.





Corpo presente.
La pietra è una fronte dove i sogni gemono

senz’aver acqua curva né cipressi ghiacciati.

La pietra è una spalla per portare il tempo

Con alberi di lagrime e nastri e pianeti.


Ho visto piogge grigie correre verso le onde

alzando le tenere braccia crivellate

per non esser prese dalla pietra stesa

che scioglie le loro membra senza bere il sangue.


Perché la pietra coglie semenze e nuvole,
scheletri d’allodole e lupi di penombre,

ma non dà suoni, né cristalli, né fuoco,


ma arene e arene e un’altra arena senza muri.
Ormai sta sulla pietra Ignazio il ben nato.

Ormai è finita. Che c’è? Contemplate la sua figura:

la morte l’ha coperto di pallidi zolfi

e gli ha messo una testa di scuro minotauro.

Ormai è finita. La pioggia entra nella sua bocca.

Il vento come pazzo il suo petto ha scavato,
e l’Amore, imbevuto di lacrime di neve,

si riscalda in cima agli allevamenti.
Cosa dicono? Un silenzio putrido riposa.

Siamo con un corpo presente che sfuma,

con una forma chiara che ebbe usignoli

e la vediamo riempirsi di buchi senza fondo.
Chi increspa il sudario? Non è vero quel che dice!

Qui nessuno canta, né piange nell’angolo,
né pianta gli speroni né spaventa il serpente:

qui non voglio altro che gli occhi rotondi

per veder questo corpo senza possibile riposo.

Voglio veder qui gli uomini di voce dura.

Quelli che domano cavalli e dominano i fiumi:

gli uomini cui risuona lo scheletro e cantano

con una bocca piena di sole e di rocce.
Qui li voglio vedere. Davanti alla pietra.

Davanti a questo corpo con le redini spezzate.

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Voglio che mi mostrino l’uscita

per questo capitano legato dalla morte.
Voglio che mi insegnino un pianto come un fiume

ch’abbia dolci nebbie e profonde rive

per portar via il corpo di Ignazio e che si perda

senza ascoltare il doppio fiato dei tori.
Si perda nell’arena rotonda della luna che finge, quando è bimba dolente, bestia immobile;

si perda nella notte senza canto dei pesci

e nel bianco spineto del fumo congelato.
Non voglio che gli copran la faccia con fazzoletti

perché s’abitui alla morte che porta.

Vattene, Ignazio. Non sentire il caldo bramito.

Dormi, vola, riposa.
Muore anche il mare!




 Il sangue versato
Non voglio vederlo!
Di’ alla luna che venga,

ch’io non voglio vedere il sangue

d’Ignazio sopra l’arena.
Non voglio vederlo!
La luna spalancata.
Cavallo di quiete nubi,

e l’arena grigia del sonno

con salici sullo steccato.
Non voglio vederlo!

Il mio ricordo si brucia.

Ditelo ai gelsomini

con il loro piccolo bianco!     
Non voglio vederlo!
La vacca del vecchio mondo

passava la sua triste lingua

sopra un muso di sangue

sparso sopra l’arena,

e i tori di Guisando,

quasi morte e quasi pietra,
muggirono come due secoli

stanchi di batter la terra.
No.

Non voglio vederlo!
Sui gradini salì Ignazio

con tutta la sua morte addosso.

Cercava l’alba,

ma l’alba non era.
Cerca il suo dritto profilo,

e il sogno lo disorienta.

Cercava il suo bel corpo

e trovò il suo sangue aperto.

Non ditemi di vederlo!

Non voglio sentir lo zampillo

ogni volta con meno forza:

questo getto che illumina
le gradinate e si rovescia

sopra il velluto e il cuoio

della folla assetata.

Chi mi grida d’affacciarmi?

Non ditemi di vederlo!
Non si chiusero i suoi occhi quando vide le corna vicino,

ma le madri terribili

alzarono la testa.

E dagli allevamenti

venne un vento di voci segrete

che gridavano ai tori celesti,

mandriani di pallida nebbia.

Non ci fu principe di Siviglia

da poterglisi paragonare,
né spada come la sua spada

né cuore così vero.

Come un fiume di leoni

la sua forza meravigliosa,

e come un torso di marmo

la sua armoniosa prudenza.

Aria di Roma andalusa

gli profumava la testa

dove il suo riso era un nardo
di sale e d’intelligenza.

Che gran torero nell’arena!

Che buon montanaro sulle montagne!

Così delicato con con le spighe!

Così duro con gli speroni!

Così tenero con la rugiada!

Così abbagliante nella fiera!

Così tremendo con le ultime

banderillas di tenebra!
Ma ormai dorme senza fine.
Ormai i muschi e le erbe

aprono con dita sicure

il fiore del suo teschio.

E già viene cantando il suo sangue:

cantando per maremme e praterie,

sdrucciolando sulle corna intirizzite,

vacillando senz’anima nella nebbia,

inciampando in mille zoccoli

come una lunga, scura, triste lingua,

per formare una pozza d’agonia

vicino al Guadalquivir delle stelle.
Oh, bianco muro di Spagna!

Oh, nero toro di pena!

Oh, sangue forte d’Ignazio!

Oh, usignolo delle sue vene!
No.

Non voglio vederlo!
Non v’è calice che lo contenga,

non rondini che se lo bevano,

non v’è brina di luce che lo ghiacci,

né canto né diluvio di gigli,

non v’è cristallo che lo copra d’argento.

No.

Io non voglio vederlo!!




 IL DUENDE
Questi suoni neri sono il mistero, le radici che affondano nel limo che tutti noi conosciamo, che tutti ignoriamo, ma da dove proviene ciò che è sostanziale nell’arte. Suoni neri, disse il popolano spagnolo, e in ciò concordò con Goethe che, parlando di Paganini, ci fornisce la definizione del duende: «Potere misterioso che tutti sentono e che nessun filosofo spiega».
Così, dunque, il duende è un potere e non un agire, è un lottare e non un pensare. Ho sentito dire da un vecchio maestro di chitarra: «Il duende non sta nella gola; il duende sale interiormente dalla pianta dei piedi». Vale a dire, non è questione di facoltà, bensì di autentico stile vivo; ovvero di sangue; cioè, di antichissima cultura, di creazione in atto.
Questo «potere misterioso che tutti sentono e nessun filosofo spiega» è, insomma, lo spirito della terra, lo stesso duende che abbracciò il cuore di Nietzsche, il quale lo cercava nelle sue forme esteriori sul ponte di Rialto o nella musica di Bizet, senza trovarlo e senza sapere che il duende da lui inseguito era saltato dai misteriosi greci alle ballerine di Cadice o al dionisiaco grido strozzato della seguiriya di Silverio. #Per cercare il duende non v’è mappa né esercizio. Si sa soltanto che brucia il sangue come un topico di vetri, che prosciuga, che respinge tutta la dolce geometria appresa, che rompe gli stili, che fa sì che Goya, maestro nei grigi, negli argenti e nei rosa della migliore pittura inglese, dipinga con le ginocchia e i pugni in orribili neri di bitume.
    

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